Stavano impellentemente correndo la loro corsa ad ostacoli, più veloci del fulmine e scattando rapidi come il pensiero più acuto dell’universo. I loro capelli si riversavano all’indietro come funi tese contro un vento prodigioso, sconfinato e composto, che li accompagnava con la forza dell’uragano. Gli occhi erano socchiusi, così come le labbra, e molli, rilassati apparivano i loro arti, senza parvenza di sforzo. I passi – uno dopo l’altro ancora e ancora uno dopo l’altro incessantemente – rifulgevano di una grazia sovrannaturale eppure tanto umana da riempire il cuore degli osservatori di emozioni indicibili, talvolta contrastanti, ma comunque supreme. E il silenzio che li circondava, quello proprio dei corridori, tanto quanto quello dello stadio, degli spalti, delle strade, ovunque essi passassero creava il vuoto, quel vuoto contenente il tutto, meraviglioso ed estatico, fulmineo eppure eterno. Accadeva così, osservando i corridori, ogni volta. Vi era solo il respiro, degli atleti, degli spettatori, un solo respiro, umano, sovrumano, imperituro.

I miei occhi raminghi si posavano su quello spettacolo, rapiti come sempre da quella meraviglia, mentre poggiavo la schiena contro una delle antiche colonne di pietra rossicce dello stadio, e quei corridori divini correvano correvano correvano, a ricordare a noi osservatori le nostre origini celesti, così spesso obnubilate e dimenticate. Rarefatta l’aria pareva, incombendo su di me come i capelli neri di uno spettro, quando non ero presente a me stesso. Mi disfacevo nell’ombra e contorto mi rannicchiavo negli angoli bui della mente, a rinnegare l’anima e vivere nebbie di atroci dubbi, affilando sagace il torpore nel quale nulla più aveva senso.

Ma poi

succedeva che i corridori iniziavano a riscaldarsi, a ballare passi lenti, piano piano camminare, scuotendosi di dosso la letargia, la pigrizia, l’ostinazione del niente, funamboli sulla tristezza, guadando tra le oscillazioni del pensiero ed io – io, sì – rimanevo stupefatto, incantato e sollevato, a trovare questo coraggio di fronte a me, dentro me, oro puro che sorgeva dal centro del cuore, gli atleti nell’inverno, braci ardenti della gioia, della gloria dell’esistenza, a rammentarmi che il fiato nel freddo crea nuvole calde e

iniziavo poi io stesso a muovere i piedi

con infinita meraviglia, stupore

trovando me stesso in ogni passo

fuori dentro intorno ovunque

ed allora mi sentivo vivo, vivo, vivo.