C’erano due persone. Una donna, Eulalia, e un uomo, Diomede. Si innamorarono, alla spiaggia libera di Riccione, un giorno di inizio agosto. Faceva caldo, ma non troppo. Il caldo è relativo, è un concetto espandibile e retrattile, dipende quanto uno sia abituato, dove sia nato, cos’abbia sperimentato nella sua vita. Per Diomede era molto caldo, mentre per Eulalia si stava bene. Diomede aveva bisogno di stare all’ombra, di non uscire tra le undici di mattina e le quattro di pomeriggio, pativa veramente la calura. Eulalia rideva sbuffando, ma senza giudicare, si ritrovava a pensare che nemmeno si era accorta che era così caldo. Cosa successe quando si incontrarono fu che il mattino aveva appena piovuto e Diomede era molto felice del fatto che non fosse caldo quel giorno. Per cui era uscito bello arzillo anche se erano quasi le undici, ma non c’era afa né lui sperimentava su di sé stesso alcun sintomo di affaticamento dovuto al percepito eccesso di calore. Prese la macchina e andò a Riccione, abitava appena fuori dal paese. Raggiunse la spiaggia e si sedette in terra, sulla sabbia che quel giorno non gli pareva vetro sciolto bollente e non gli faceva bruciare i piedi e scattare come una molla per andare immediatamente a trovare il refrigerio tra le onde del mare. Potè quindi concedersi del tempo per ammirare la spiaggia e ciò che lo circondava: le colonie bolognesi dietro di lui, abbandonate come sempre, anche se forse dicevano che le avesse acquistate un riccone che ne avrebbe fatto una fastosa ristrutturazione, strizzando comunque l’occhio ai cosidescritti ambientalisti perché avrebbe lasciato la zona davanti agli edifici libera e selvatica. Diomede rifletteva su tutto questo, grattandosi la testa, coperta da un cappello di paglia di quelli piccoli da vacanzieri, non di quelli da contadini: per intenderci, a falde piccole. Non si era portato il telefono, non se lo portava mai in spiaggia. Non perché preferisse leggere un libro, che non aveva con sé, ma piuttosto perché una volta aveva subito un furto in cui aveva perso portafogli, merenda (costituita da brioche imbustata e succo di frutta alla pesca senza zuccheri aggiunti) e telefono, appunto. Il tutto riportato esattamente così sul foglio di denuncia, esposta il giorno stesso ai carabinieri di Riccione, che avevano fatto un mezzo sorriso ma avevano testualizzato la sua descrizione senza cambiarla di una virgola.

Eulalia quella mattina invece non era in spiaggia. Era di corsa perché doveva andare alla Conad a comprare gli avocado peruviani per festeggiare il compleanno di sua sorella che le aveva chiesto di prepararle il suo imbattibile guacamole, che Eulalia aveva imparato a fare durante un viaggio in Andalucía. Solo perché era il compleanno di Giada aveva accettato di utilizzare gli avocado che venivano dall’altra parte del mondo, visto che ai tempi ancora non crescevano in Romagna.

Parcheggiò l’auto davanti alla Conad di via Romagna, pensando che voleva gli avocado della Sicilia. Ma che non c’era proprio modo di rimediarli, sto giro, se ne sarebbe fatta una ragione. Tocca ordinarli su internet per tempo, quelli. Entrò nel supermercato e andò al reparto ortofrutticolo, solo per scoprire che tutti gli avocado presenti erano inutilizzabili in quanto appena arrivati, troppo verdi, duri, impossibile che maturassero in un giorno. Cavolo, mormorò.

Una signora anzianissima coi capelli corti e tutti bianchi di fianco a lei le disse che i cavoli crescono in inverno.

Ma poi aggiunse che anche a sua figlia piacevano molto gli avvocato e che ne trovava sempre alla crai all’Alba. Eulalia alzò un sopracciglio, e disse ah sì? E ringraziata la nonnina con un sorriso genuino e una stretta di mano corse alla crai all’Alba e, come suggerito, trovò gli ultimi tre avocado rimasti, ma belli e maturi al punto giusto, origine: Kenya. Andranno bene lo stesso, disse.

Nel frattempo, Diomede aveva fatto il bagno, preso il sole che piano piano era uscito da dietro le nuvole ma non scottava, giocato alla settimana enigmistica, mangiato una pesca saturnina, rifatto il bagno perché si era sbrodolato con tale pesca e poi impacchettato tutte le cose da mare, e avviato verso la sua macchinina parcheggiata nella viuzza di fianco alle colonie, visto che era mercoledì aveva facilmente trovato un parcheggio. Doveva fare una spesa rapida e tornando verso casa si fermò alla crai dell’Alba e uscì velocemente dall’auto per una incursione flash. Aveva bisogno di funghetti sottolio, passato di verdure, insalata e avocado.

Avevano tutti la passione degli avocado, quella volta. Pensare che adesso te li tirano dietro la schiena.

Ragionevole era pensare che avrebbe trovato gli avocado, li trovava sempre, in quel negozio.

Eulalia mise in busta gli avocado e andando a pesarli vide un tizio allampanato e trafelato entrare e dirigersi alla cassettina di avocado e non trovarne nemmeno uno.

Cavolo, disse quel tale.

Eulalia sorrise, gli andò incontro e disse, ho appena preso gli ultimi io, ne lascerei uno ma mi servono per preparare il guacamole a mia sorella.

Quel tale sorrise amabilmente e disse che non c’era problema, che avrebbe fatto senza, e aggiunse che il guacamole era molto buono.

Eulalia alzò un sopracciglio, ma non lo invitò al compleanno della Giada. Rise sbuffando e se ne andò.

(Fine?

Ma come vuoi che ci si attacchi bottone in una cazzo di crai?

Che esista un amore a prima vista?

In un posto così dozzinale? Comprando cibo coloniale?)

Il giorno dopo Diomede era andato al mare nel tardo pomeriggio perché era di nuovo caldo. Incontrò di nuovo la tizia degli avocado in spiaggia, intenta a leggere un libro di cucina vegetale per astrofisici: impressionante, mormorò.

Ella disse che il guacamole era venuto particolarmente bene e che le dispiaceva di non aver potuto lasciare nemmeno un avocadino per lui.

Diomede scherzò che avrebbe chiamato il suo avvocato per farle causa.

Eulalia rise di gusto, e disse che non ce ne sarebbe stato bisogno perché magari poteva preparargliene un po’ che tanto andava sempre al mare lì alle colonie e che se anche lui andava sempre lì si sarebbero rivisti sicuramente.

Si diedero appuntamento per il sabato pomeriggio e mangiarono il guacamole per merenda. Diomede aveva comprato i nachos, che sono quei triangolini di mais fritti che ci stanno da dio insieme al guacamole. Spacca, disse a Eulalia con la bocca piena.

Lei alzò un sopracciglio e sorrise con i denti tutti verdi e l’alito di cipolla.

Passarono insieme il pomeriggio, al quale seguirono molti altri pomeriggi.

Fine.