La struttura di un racconto, del mio racconto, dove scrivo quel cazzo che mi pare e succede quello che mi va di far succedere. Dunque, di solito serve un protagonista, un antagonista, degli alleati e vari personaggi secondari e comparse, cose così, gente e luoghi. Anche i luoghi sono i protagonisti, a volte persino più importanti degli stessi personaggi. Perciò forse si potrebbe iniziare dalla descrizione del luogo dove il racconto avrà luogo. Mi stanno pungendo degli insettini volanti del cazzo che nemmeno vedo, non sono zanzare, assomigliano più a moscerini. Comunque, il luogo dove il racconto avrà luogo, poi anche un retroscena storico culturale, che non è proprio necessario ma rende la storia molto più tridimensionale e interattiva, no? Assolutamente, certo c’è più lavoro da fare rispetto a scrivere “Pippo esce di casa e fa la pipì in giardino. Pippo è un cane. In realtà si chiama Ico, ma io ho iniziato a chiamarlo Pippo come soprannome affettuoso. Non vedo Pippo da sei mesi, ma tra poco ci riabbracceremo. Si fa per dire, Pippo è un cane. In realtà si chiama Ico, ma… occazzo l’ho già scritto scusate adesso tocca che riscrivo tutto… Pippo esce di casa e… Ok ok avete capito. Chiuse virgolette” e punto .
A capo. Eccoci. A capo, acapo, come si scrive? Sempre te lo dettano quando sei alle elementari ma nessuno ti spiega mai come si scrive. A capo, chi è il capo? Capito, capo?
Ecco, bene, ordunque, di nuovo a capo. Forse è una città, ecco perché si scrive A capo. Per arrivare a capo prendi la prima a destra poi tuuuuutto dritto fino all’ultima stradina in fondo e allora lì, sì, prendi l’uscita a sinistra, la rotonda zic zac e trac ed eccoti a Capo. Con la C maiuscola, ovviamente! E’ una città, piccola piccola, sfavillante come un universo di comete, tu non lo diresti mai, ci zampillano fontane dorate e sorgenti argentate, dove aironi dai colori dell’arcobaleno bagnano le zampe e sognano con occhi lucidi la prossima stagione dei corteggiamenti. Quel posto lì, ecco l’ambientazione del nostro racconto, potrebbe ben esserlo! Sai che poi in quelle sorgenti argentate e brillantine vivono dei pesci meravigliosi, simili a batuffoli di neve primordiale, alla mattina baluggine boreale, al pomeriggio più simili nel colore ad ambra ramata e alla sera oscuri come gli occhi di una dèa infuriata? Vivono in quelle acque, in quelle sorgenti lunari, che poi scendono come i capelli di una sirena lungo i pendii ed i fianchi di madre natura, seduta sul suo trono di roccia e terra, dove accudisce come un gatto il piccolo paese chiamato Capo.
“Ma prima hai detto città!”, sento già le lamentele del pubblico e della mia voce controllina interiore che vuole che io scriva tutto coerentemente, per filo e per segno, senza scazzare di una virgola. Insomma! Prima di tutto non si scrive scazzare perché è un racconto per bambini!
“Ma prima ha scritto cazzo, almeno due volte!”
Allora ascolta, se hai letto cazzo, cazzo, è perché mi girava, il cazzo, intendo. E anche perché mi girava, cazzo. E se hai letto cazzo avrai anche letto la prima riga che dice che scrivo quello che mi pare: << dove scrivo quel cazzo che mi pare e succede quello che mi va di far succedere >>.
Ecco, adesso sono a quota 9 cazzi.
Come fa ad essere un racconto per bambini, con 9 cazzi?
Semplice, non sarà più un racconto per bambini. Evvai, posso parlare di fighe e tette!
Aspe’, ma quindi
a Capo cosa succede?
A Capo ci sono ste sorgenti magnifiche ed estasianti dove, e adesso arrivano fighe e tette, si bagnavano le ninfe della foreste, nude ovviamente. Esse erano di una beltà ultraterrena eppure molto vicina alla terra, la pelle scura e i capelli lunghi e hanno bussato alla porta della guest house dove sono adesso ed era la proprietaria che mi parla in hindi e io non capisco quasi niente ma poi riusciamo ugualmente a comunicare e mi fa piacere, sarà che uso il traduttore ma anche che qualche parola la comprendo…
Le ninfe del fiume di Capo erano bellissime, vivevano lì da eoni ed erano in totale comunione con la natura e tutte ste fricchettonate. Vivevano dei ritmi lunari e queste cose. Immaginatele, bellissime e nude, a fare quelle cose da ninfe come farsi la doccia nella cascata gelida o giocare a nascondino, bere la rugiada del mattino e raccogliere fiori immortali nelle ore dell’ambrosia. Mi sembra una visione un po’ stereotipata, e lo è, forse anche farsi due domande su quanto il patriarcato abbia sempre voluto porre la visione delle ninfe in questa maniera. Perchè non ninfi? Belli e nudi? A fare queste cose sexy? Be’, facciamo così, c’era anche un lago dove i ninfi facevano ste storie, come accarezzare i peli dei ragni velenosi, inseguire lucertole astrali e baciare le zanne a lupi mannari. Anche questo è sessista, perché i ninfi fanno cose più pericolose?
Insomma, mi sa che dovrò cancellare tutto.
Però mi piaceva sta idea, facciamo che sia i ninfi che le ninfe fanno le stesse cose. Okay, pace.
Dunque, fanno le stesse cose, e vivono alle sorgenti del fiume di Capo. I giorni passano sempre uguali per loro, non se ne accorgono, non hanno consapevolezza del tempo e nemmeno di loro stessi. Vivono così, in connessione col tutto. O forse dimentichi del tutto, dando tutto per scontato, infinitamente, attraverso ere ed epoche, eoni e secoli, tutto gli scorre addosso come l’acqua della cascata. Ora, tutto questo accadde fino arrivare ai giorni nostri, nessuno scoprì mai questo luogo magico nel paese di Capo. C’era sempre una folta nebbia tutto intorno, rovi impenetrabili e alberi non proprio invitanti e accoglienti a proteggere la segretezza del luogo. Ma un giorno, ai giorni nostri, anche lì successe che cominciarono a notarsi gli effetti del cambiamento climatico.
“Onnò cheppalle adesso parla di politica!”, mormora qualcuno in platea, nella platea dei neuroni di chi sta leggendo. Zac, intercettato! Prima di tutto non è politica, quindi stai zitto e leggi il proseguo.
“Ma…”
Basta! Se no faccio che le ninfe e i ninfi sono brutti e deformi e li lascio nudi lo stesso, così descrivo quanto fanno schifo, le palle a penzoloni fino alle ginocchia e le bocce rugose fino all’ombelico. Ti piace così, eh, cagacazzo?
Bene. Perchè è così lo stesso! Perchè col cambiamento climatico, proprio così, l’acqua della cascata cominciò a ridursi e infiacchirsi, e quella poca che arrivava era pure inquinata. Ne arrivò sempre meno e morirono tutte e tutti.
Fine. Il paese di capo scomparve dalla faccia della Terra, tanto nessuno lo aveva mai visitato e nessuno ne sentì la mancanza.
Una fine orribile!
“Ma che storia dimmmerda!” gridano in sala, imprecando e tirando pop corn per aria, partono pure dei fischi.
Allora facciamo così, si salvò solo una ninfa, la più fregna di tutte, va bene? Si chiamava Ciristella e si salvò perché era quella che era meno abituata a stare nell’acqua, perché per lei era un po’ troppo fredda e preferiva stare nel bosco. Dunque, quando questa acqua magica si indebolì, ella non ne risentì. Non chiedetemi perché che non lo so, sarà che forse aveva trovato un altro modo di nutrirsi, forse prendeva energia dalle foglie degli alberi, o parlava con loro, oppure parlava con quegli aironi meravigliosi e multicolore, sta di fatto che osservò il lento decadere del suo popolo. Li vide deperire ed invecchiare, uno dopo l’altra, senza sosta, senza inizialmente comprendere il perché. Tutti si disperavano, nessuno di loro aveva mai pensato alla fine, inesorabile, ineluttabile, convinti della loro immortalità non avevano mai meditato sull’impermanenza della vita, e adesso ne erano sopraffatti, terrorizzati, annientati.
Sto scrivendo sta storia a Vrindavan, città sacra di Krishna, dove egli ha passato la sua giovinezza. Domani andrò ad Agra, a vedere il famosissimo Taj Mahal. Lo scrivo così, just to know.
Insomma, la ninfa osservò la decadenza del suo stesso popolo, senza potervi porre rimedio. Lentamente iniziarono a morire e chi non moriva diventava demente. Poi moriva. Quindi lei poteva solo sostenerli nel trapasso, trapassata dal dolore e dall’incomprensione, dall’ingiustizia. Come ho detto che si chiama? Ah, Ciristella. Fa te, che nome mi sono inventato, nemmeno me lo ricordavo.
Dunque, Ciristella iniziò a porsi delle domande, sulla vita, sulla morte, iniziò ad investigare e solo dopo molto notò che la qualità dell’acqua non era più la stessa rispetto alle epoche passate, alle vite passate nella totale spensieratezza e allegria. Troppo tardi, ahimè, l’ultima compagna le spirò tra le braccia, sdentata e idiota, senza la minima speranza di salvezza. Rimase sola. Sola nei suoi boschi oscuri, le foglie cadevano come lacrime lunghe e buie, la notte allungava le sue dita sui suoi occhi e le ombre, scellerate e senza timore, brulicavano ovunque. Divenne una ninfa silenziosa, raminga e sopravvissuta all’estinzione del suo popolo. Capì l’importanza di non dare nulla per scontato, ogni sorso d’acqua, ogni battito di ciglia, ogni carezza, ogni momento, tutto ha un conto alla rovescia. Quante carezze darai ancora nella tua vita? C’è un numero esatto, prestabilito. A te, un milione e seicentomila carezze, dieci milioni di baci e seicentocinquantamila scopate. C’è a chi va meglio, a chi va peggio. C’è chi nasce ninfa, chi l’insetto che mi è volato addosso in questo momento. Ma chi osa decidere chi è più importante tra i due?
Questi erano i pensieri di Ciristella, nelle sue meditazioni notturne sotto le ombre della foresta del paese estinto di Capo. Era lei l’unica rimasta, stendardo di un passato ormai vetusto. Abbandonata, si sentiva, avrebbe voluto morire pure lei, che senso aveva la vita, in quella desolazione? Non seppe nemmeno lei quanto tempo passò in quello stato. Giorni o anni, non avrebbe potuto dirlo. Era una con le rocce e le cortecce degli alberi, ferma e immobile, pietrificata. Passarono degli umani un giorno, per la prima volta a quelle latitudini, la foresta si era fatta più rada. Lei non li notò e loro non notarono lei, lo stesso colore dell’ombra del sottobosco.
Le notti più nere passarono sulla sua pelle, che prese quel colore, nero come un mare d’inchiostro, perlaceo. Una mattina, dopo secoli seduta meditando, spalancò gli occhi ed emise un gemito, un sospiro. Si guardò intorno, ben diverso era ciò che vedeva da come lo rimembrava. Colate di cemento avevano sommerso il suo paese, il bosco era divenuto uno spauracchio imbarazzante in mezzo a un grigio deserto di abitazioni tutte uguali, la cascata ridotta a uno sputo vomitato e risucchiato tra due muri lerci e ammuffiti. Pattume ovunque, odore di liquami e immondizia. Guardando oltre osservò edifici e costruzioni a perdita d’occhio, non aveva mai visto nulla di simile, aveva sempre vissuto nella natura e non avrebbe potuto comprendere cosa i suoi occhi stessero osservando in quel momento, se non fosse che, alzando la testa e, sbattendo la nuca contro la corteccia dell’albero sotto il quale aveva seduto infinite notti, tutta la conoscenza le zampillò nel cranio come una ferita aperta. Vide e comprese, storie lunghissime, interminabili vite e sciami di gente, catastrofi e miracoli avevano fatto il loro corso, mentre lei era divenuta una con l’ombra dell’albero. L’albero eterno che era ancora lì con lei, adesso e per sempre, dietro ma dentro di sé, a guidarla, sostenerla, condurla e renderla inscalfibile.